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FOOL

Autore: CHRISTOPHER MOORE

Collana: Scatti

Traduzione: CHIARA BROVELLI

Editore: Elliot

La trama: Lear ha deciso di dividere il suo regno tra le figlie. Assegnerà la fetta più sostanziosa a colei che più delle altre gli dimostrerà il suo amore. Goneril e Regan sono più che pronte a blandire e adulare spudoratamente l’anziano paparino; ma Cordelia, la terzogenita nonché prediletta del genitore, non vuole abbassarsi a compiere un atto tanto eccessivo e falso. Risultato, viene data in sposa senza dote al “fottuto principe di Francia”. Lear impazzisce, mentre le sue care figliole cornificano i rispettivi mariti e tramano per accaparrarsi l’intero regno di Britannia. Un solo uomo può riportare un po’ d’ordine nel caos: è Taschino, il fool o Buffone del re. Arguto, piccolo e agile come una scimmia e dotato di un sarcasmo tagliente – talvolta rafforzato dalle lame dei pugnali che sa lanciare con grande abilità – con l’aiuto di un apprendista idiota tenterà di porre rimedio alle follie del vecchio re, avvalendosi del consiglio di uno spettro («C’è sempre un dannato spettro!») e delle pozioni di tre orribili streghe (giunte direttamente dal Macbeth). E, chissà, forse riuscirà persino a riportare in patria l’amata Cordelia, che da sempre ha ammaliato il suo cuore. Un re folle, le sue figlie scapestrate, spettri che parlano in rima e un castello pieno di intrighi bollenti: Fool, il nuovo romanzo di Christopher Moore, prende spunto da una delle più grandi tragedie di Shakespeare per creare una black-comedy piena di “sesso, omicidi, sculacciate, mutilazioni e tradimenti gratuiti, volgarità e profanità portate a livelli finora inesplorati, oltre a una sintassi non convenzionale e a qualche sporadico atto di masturbazione!”.

cap 17 […]

“Soffiate, venti, e rompetevi le guance! Infuriate! Soffiate!” tuonò Lear.

Il vecchio si era appollaiato in cima a una collina fuori Gloucester, e urlava al vento come un maledetto folle, mentre i lampi squarciavano il cielo con artigli bianchi e incandescenti e i tuoni mi scuotevano fin nelle ossa.

“Tornate dentro, pazzo decrepito!” gli dissi, rannicchiato sotto un cespuglio di agrifoglio lì vicino; fradicio e infreddolito, stavo esaurendo la mia scorta di pazienza. “Tornate al castello e chiedete asilo alle vostre figlie”.

” Oh, dei crudeli! Mandate su di me saette tali da fendere una quercia!Incendiatemi con i vostri fuochi sulfurei e mortali!

Bruciate la mia testa bianca e riducetemi a un cumulo di ceneri!

Uccidetemi! Che la vostra ira si infiammi e mi castighi!

Prendetemi, non risparmiatemi alcuna violenza!

Non vi biasimo, poiché non vi chiamo figlie!

Non vi ho dato nulla e non mi aspetto alcuna grazia!

Soddisfate ora il vostro orribile piacere,

colpendo un povero vecchio infermo e disprezzato!

Rompete i cieli! Uccidetemi!”

Si interruppe, mentre un fulmine fendeva un albero sulla brughiera con una fiammata accecante, e con un frastuono che avrebbe fatto cagare sotto persino una statua. Corsi fuori dal mio cespuglio per raggiungere il re.

“Venite, zietto. Rifugiatevi sotto un arbusto, fosse solo per alleviare le sferzate della pioggia”.

“Non ho bisogno di rifugio. Che la natura abbia la sua nuda vendetta”.

“D’accordo” dissi. “Allora questa non vi servirà”. Gli tolsi la pesante mantellina di pelliccia e me la gettai sul mantello di lana zuppo; quindi tornai al mio cespuglio, parzialmente protetto dalla pelle di animale.

“Ehi!” fece Lear perplesso.

“Continuate” gli dissi. “Che gli dei rompano i cieli, che friggano la vostra vecchia capoccia, che vi spappolino le palle, eccetera eccetera. Se perdete il filo, vi suggerisco io”.

E il re ricominciò: “Possente Thor, manda i tuoi fulmini ad arrestare questo stanco cuore!

Che le onde di Nettuno strappino queste membra dalle giunture!

Che gli artigli di Ecate mi lacerino il fegato e cenino con la mia anima!

Ball, estirpa le mie viscere dalla loro insalubre dimora!

E tu, Giove, spargi sulla terra i miei muscoli fatti a pezzi!”.

Il vecchio interruppe la sua filippica per un momento, durante il quale la follia abbandonò il suo sguardo. Mi guardò. “Qua fuori fa un freddo fottuto” disse.

[…]

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